Ho abitato a Torino per quasi cinque anni (e dico cinque) e quasi non conosco la città. Ci pensavo ieri, non sono mai salita al Monte dei Cappuccini o raggiunto la Basilica di Superga, ho scoperto solamente durante le Olimpiadi dove fosse il Duomo, non ho visitato il Museo Egizio né la maggior parte dei luoghi culturali della Sabauda. E lo stesso discorso vale per la città in cui sono nata, Genova. L’altra sera
Blur mi spiegava come raggiungere piazza Corvetto e io annuivo come una deficiente cercando di ripescare dalla mia memoria tracce di ricordi su vie, piazze e carruggi. La Superba è una città bellissima, piena di storia e fascino, mi domando per quale motivo non mi applichi minimamente e cerchi di conoscerla meglio. È vero che sono stata al Campo dei Miracoli o agli Uffizi, alla tomba di Dante e al Mausoleo di Galla Placidia, alla Cappella Sistina
(nel 2004 da sola, dopo che erano mesi che cercavo qualcuno che volesse venire a Roma con me), ma resta comunque una microscopica parte di quello che il nostro Bel Paese ci riserva. Ci sono persone che attraversano gli oceani solo per scattare due foto davanti a Santa Maria in Fiore (e allo splendido campanile di Giotto), per godere qualche giorno di tutta la bellezza della nostra penisola, tutta la bellezza che noi italiani diamo per scontata e qualcuno deturpa persino.
Io non so quale sia il più grande problema odierno dell’Italia (ce ne sono troppi forse), ma quel che è certo è che siamo un popolo di diseducati civili, che ritiene l’evasione fiscale una furbata anziché un reato, che pensa che l’unica cosa fondamentale sia coltivarsi il proprio giardino rendendo l’erba sempre più verde, spesso senza scrupoli. Un Paese in cui ci si lamenta per la mancanza di lavoro e in cui si dipende da frotte d’immigrati per adempiere a tutti quei compiti meno piacevoli, gratificanti, ma comunque necessari… lamentandosi dell’immigrazione (ricordiamoci che siamo stati anche noi un popolo di immigrati). Un Paese d’egoisti in cui si pensa sempre e solo a se stessi, in cui non si cercano di migliorare le proprie relazioni sociali in termini di qualità, ma solo a fini utilitaristici.
Non sono sicura di voler continuare a vivere in questo Paese, che amo con tutta me stessa, non sono sicura di voler vedere crescere qui i miei figli, in questa Repubblica delle Banane, dove l’unica cosa che conta sono gli
status symbol.
Eppure mi sento talmente italiana che non avrò il coraggio di cambiare rotta, partire per un paese straniero e tentare un nuovo tipo di vita, lontano da tutto ciò, ma non necessariamente migliore.